The ONE Campaign!

Lied Vom Kindsein

di Romina
pubblicato il 4 Febbraio 2007 alle 00:43

Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese. Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare. Quando il bambino era bambino, non sapeva d’essere un bambino. Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano un tutt’uno.
Quando il bambino era bambino su niente aveva un’opinione .
Non aveva abitudini. Sedeva spesso a gambe incrociate, e di colpo sgusciava via. Aveva un vortice tra i capelli, e non faceva facce da fotografo.
Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande:
Perchè io sono io, e perchè non sei tu? Perchè sono qui, e perchè non sono lì? Quando è cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole, è forse solo un sogno? Non è solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo, quello che vedo, sento e odoro? C’è veramente il male? E’ gente veramente cattiva? Come può essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare? E che un giorno io, che sono io, non sarò più quello che sono?
Quando il bambino era bambino, per nutrirsi gli bastavano solo pane e mela, ed è ancora così.
Quando il bambino era bambino, le bacche gli cadevano di mano, come solo le bacche sanno cadere. Ed è ancora così. Le noci fresche gli raspavano la lingua ed è ancora così.
A ogni monte, sentiva nostalgia di una montagna ancora più alta, e in ogni città, sentiva nostalgia di una città ancora più grande. E questo, è ancora così. Sulla cima di un albero, prendeva le ciliegie tutto euforico, com’è ancora oggi.
Aveva timore davanti ad ogni estraneo, e continua ad averne. Aspettava la prima neve, e continua ad aspettarla.
Quando il bambino era bambino, lanciava contro l’albero un bastone, come fosse una lancia.
E ancora continua a vibrare.

Peter Handke

Alta Fedeltà

di Romina
pubblicato il 15 Dicembre 2006 alle 14:20

Rob, un trentaseienne alle prese con la compilation della propria vita, ci insegna ad incidere il futuro sul vinile.
Rob è un bambino imprigionato in un corpo di uomo, un ragazzo che non ha ancora saputo costruire se stesso, perchè non ha ancora accettato l’esistenza di quella motivazione che lo spinge ad essere troppo fedele alle sue abitudini. O troppo poco fedele.
L’alta fedeltà si insinua, a volte trascinandolo, a volte abbandonandolo, incarnata nelle donne della sua vita, con le quali non è mai riuscito a conservare un rapporto e sulle quali stila una divertente classifica cronologica.
La vita sentimentale è un fallimento, il suo negozio di dischi è un fallimento, i suoi amici sono un fallimento…ma perchè Rob non sa circondarsi di stabilità?
Perchè ha paura della morte, ha paura di creare legami stabili, perchè ha paura di perderli e di inabissarsi nell’insicurezza. Laura, la donna che lo ha lasciato da poco, non fa parte della sua classifica, non rientra nei canoni delle donne che gli hanno spezzato il cuore, forse perchè Rob sa che è troppo presto per relegarla ad un foglietto da esporre come un disco di musica primitiva. E’ grazie a Laura e alla morte di suo padre, che Rob comprende che ciò che gli impedisce di fermarsi a riflettere, è il terrore che tutte le sue certezze gli sfuggano di mano, a causa della fine di tutto, la morte.
E’ di una tenerezza sconfinata il momento in cui Rob confessa a Laura le sue notti passate sveglio nel letto ad osservarla con la paura lancinante di perderla per sempre.
Ma il problema di Rob è anche un altro, lui non solo deve costruire la sua vita e il suo futuro, ma tenta anche di costruire quelli altrui. Il suo modo di comunicare con chi ama lo fa attraverso la registrazione di compilation, ma queste, costituiscono sempre la raccolta delle sue idee, dei suoi gusti, mai di quelli del destinatario del dono.
Chi non ama la sua stessa musica, chi non possiede almeno 500 dischi, non è da relegare all’interno della nicchia dei migliori. Così manovra la sua esistenza modellando gli altri secondo i suoi gusti.
Perchè è più facile “aggiustare” chi ti circonda piuttosto che te stesso.
Ma lentamente, molto lentamente e faticosamente, Rob accetterà il fatto di dover scegliere il materiale giusto per piantare le basi della propria esistenza, accetterà che forse il vinile di un disco, anche se rientra nei cinque dischi più belli della storia, non basta a dar vita ad un amore stabile e duraturo, ad una maturazione concreta ed un lavoro soddisfacente.
Così Rob riscrive la compilation, riscrive la sua colonna sonora e incide nuovamente quella di Laura, questa volta però rispettando i differenti gusti musicali.
L’odore di un vecchio disco, il suono che emette la puntina che lo attraversa, la bellezza della sua copertina e il rigore della sua struttura, sono la fedeltà della musica, quell’alta fedeltà innegabile che accompagna il cammino di chi, come Rob, scrive la sua esistenza attraverso le note di una colonna sonora.
Le top five della vita possono anche essere ricompilate e corrette. A volte.

Eureka Street

di Romina
pubblicato il 20 Novembre 2006 alle 15:11

Tutte le storie sono storie d’amore.

Così inizia Eureka Street, così iniziano le sue tante storie di cui è composto, qualche giorno della vita di un uomo, dentro di lui qualche giorno della vita del suo amico, dentro ancora qualche giorno della vita delle loro ragazze, dei loro bar, e tutti inisieme  immersi nella vita di Belfast e nel cuore dei suoi abitanti.

Robert McLiam Wilson colpisce al cuore, nel più profondo del nostro intimo, e queste storie concatenate ci afferrano e ci trascinano dentro la storia, ci permettono di passeggiare per le strade di Belfast, di sbirciare incuriositi  attraverso le finestre delle case e osservare la quotidianità degli abitanti della città, cattolici, protestanti, non ci interessa….sono solo uomini che stanno vivendo la loro unica vita nella loro amata città.
Belfast è ogni giorno vittima della polvere degli attentati. In continuazione esplodono bombe e la popolazione ascolta alla televisione o alla radio le notizie. Non c’è più musica suonata dalle emittenti, e Jake accende e spegne la sua teconologia a intermittenza, sperando di ascoltare qualche nota melodiosa al posto di un “Boom!”, quel suono poetico che ascoltiamo anche noi e che risuona prepotentemente nelle orecchie anche una volta chiuso il libro.
La città vive di gente che beve fiumi di birra e gironzola in cerca di lavoro e speranza dalla mattina alla sera; i protagonisti sono un gruppo di trentenni falliti in cerca di successo e amore all’interno di una pinta di Guinness.
Jake, il suo gatto stronzo, il suo Catorcio….è inevitabile invaghirsi di questo uomo un po’ sfigato, un po’ bastardo, che si innamorerà dell’unica donna che non ha mai desiderato conquistare e il cui nome sembra il suono di un rigurgito infantile.
Poi c’è Chuckie con la sua bellissima donna americana…lui, uomo mediocre, riesce a conquistare il mondo intero e a diventare ricco colmando chi lo ascolta di false parole e false promesse, e riesce nel suo intento, perchè il mondo intero ha forse bisogno di fiumi di discorsi insensati, perchè al mondo serve sapere che esistono persone stupide che ce la possono fare.
E così si viene coinvolti in un insieme di battute severe, parole volgari, sfacciataggine incommensurata, una miriade di risate preparano il cammino per buona parte del libro, alternate a saltuaria ma fondamentale cronologia storica.
Ma improvvisamente si supera di poco la metà del libro e come un fulmine infuocato che ti arde l’anima, ascolti nelle tue innocenti orecchie la dolce sinfonia di una bomba che esplode, immediatamente osservi con i tuoi stessi occhi l’atrocità di un martirio senza eguali, brandelli di carne che ti scorrono nello sguardo: puoi vedere gli organi interni delle vittime di Belfast, il loro cuore che ha smesso di battere, i loro polmoni che hanno smesso di respirare, il loro stomaco che ha smesso di digerire…e ti senti inerme, inutile, insignificante, in quei due capitoli, che descrivono il peggior modo di vivere la morte di persone innocenti. Le pagine più toccanti che abbia mai letto, sono lì, in mezzo a quel libro che sapeva essere efficacemente divertente, a volte smisurato, simpaticamente crudele e concretamente vissuto. E come una ripresa a volo d’uccello, le parole si lanciano dall’alto, una panoramica diffonde la descrizione della città che dorme e poi cade e si tuffa scheggiandosi dirompente contro la vetrata di un bar e poi nei corpi dilaniati dei cittadini di Belfast.
Scorri le pagine della nuova vita come se scorressi i fogli del comune dramma dell’esistenza, piano piano si ricrea la quotidianità delle prime pagine del libro, ma sai che non puoi più ridere delle battute, non puoi più sdegnarti per le parole scurrili, sai che tutto ciò che leggerai da ora in poi sarà sempre velato da un alone di tristezza.
L’amore lentamente si diffonde nei cuori dei personaggi, le conquiste si radicano e l’ultima risata che la storia ti strappa è nella pagina finale, quando guardi con i tuoi occhi quel gatto che non riesce a cacciare un uccello e finge di leccarsi le zampe per nascondere la vergogna, e Jake dalla finestra lo osserva dichiarando che quasi quasi cambierà gatto.

Il dilemma che attraversa la lettura dall’inizio alla fine è scoprire il significato di quelle tre lettere che fugacemente vengono scritte su ogni muro di Belfast, OAG, solo tre lettere in aggiunta alle centinaia di sigle cattoliche/protestanti, politiche/religiose che sporcano i muri della città.
La popolazione trascorre il suo tempo a cercare di comprendere e decifrare quelle tre lettere, ma alla fine sai che tutti possono personalizzare il significato a seconda del proprio piacimento, ogni uomo può cercare in quelle misteriose lettere la propria speranza di vita, la soggettivata sigla di un’attivismo volto a concludere i Troubles come meglio crede.
Un punto di riferimento, ecco cosa è OAG, il bersaglio di vernice bianca in cui possiamo mirare con la nostra freccia e che ci può condurre a spezzare gli archi dell’omertà.

Tutte le città hanno un’ immensa anima e Belfast ne ha una particolare, diversa dalle altre, perchè ha l’anima di un Irlandese e, l’anima degli irlandesi è bianca, soffice e cremosa come la schiuma della pinta di Guinness, sulla quale se spillata bene puoi disegnare una lettera, e sai che quella lettera, quel tuo pensiero, non sarà mai cancellato, rimarrà presente dentro al tuo bicchiere fino all’ultima goccia di birra….questo sa essere un irlandese.

A Belfast, come in ogni altra città, c’è solo un tempo, il presente, e ogni strada si chiama Poetry Street.

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