
Tutte le storie sono storie d’amore.
Così inizia Eureka Street, così iniziano le sue tante storie di cui è composto, qualche giorno della vita di un uomo, dentro di lui qualche giorno della vita del suo amico, dentro ancora qualche giorno della vita delle loro ragazze, dei loro bar, e tutti inisieme immersi nella vita di Belfast e nel cuore dei suoi abitanti.
Robert McLiam Wilson colpisce al cuore, nel più profondo del nostro intimo, e queste storie concatenate ci afferrano e ci trascinano dentro la storia, ci permettono di passeggiare per le strade di Belfast, di sbirciare incuriositi attraverso le finestre delle case e osservare la quotidianità degli abitanti della città, cattolici, protestanti, non ci interessa….sono solo uomini che stanno vivendo la loro unica vita nella loro amata città.
Belfast è ogni giorno vittima della polvere degli attentati. In continuazione esplodono bombe e la popolazione ascolta alla televisione o alla radio le notizie. Non c’è più musica suonata dalle emittenti, e Jake accende e spegne la sua teconologia a intermittenza, sperando di ascoltare qualche nota melodiosa al posto di un “Boom!”, quel suono poetico che ascoltiamo anche noi e che risuona prepotentemente nelle orecchie anche una volta chiuso il libro.
La città vive di gente che beve fiumi di birra e gironzola in cerca di lavoro e speranza dalla mattina alla sera; i protagonisti sono un gruppo di trentenni falliti in cerca di successo e amore all’interno di una pinta di Guinness.
Jake, il suo gatto stronzo, il suo Catorcio….è inevitabile invaghirsi di questo uomo un po’ sfigato, un po’ bastardo, che si innamorerà dell’unica donna che non ha mai desiderato conquistare e il cui nome sembra il suono di un rigurgito infantile.
Poi c’è Chuckie con la sua bellissima donna americana…lui, uomo mediocre, riesce a conquistare il mondo intero e a diventare ricco colmando chi lo ascolta di false parole e false promesse, e riesce nel suo intento, perchè il mondo intero ha forse bisogno di fiumi di discorsi insensati, perchè al mondo serve sapere che esistono persone stupide che ce la possono fare.
E così si viene coinvolti in un insieme di battute severe, parole volgari, sfacciataggine incommensurata, una miriade di risate preparano il cammino per buona parte del libro, alternate a saltuaria ma fondamentale cronologia storica.
Ma improvvisamente si supera di poco la metà del libro e come un fulmine infuocato che ti arde l’anima, ascolti nelle tue innocenti orecchie la dolce sinfonia di una bomba che esplode, immediatamente osservi con i tuoi stessi occhi l’atrocità di un martirio senza eguali, brandelli di carne che ti scorrono nello sguardo: puoi vedere gli organi interni delle vittime di Belfast, il loro cuore che ha smesso di battere, i loro polmoni che hanno smesso di respirare, il loro stomaco che ha smesso di digerire…e ti senti inerme, inutile, insignificante, in quei due capitoli, che descrivono il peggior modo di vivere la morte di persone innocenti. Le pagine più toccanti che abbia mai letto, sono lì, in mezzo a quel libro che sapeva essere efficacemente divertente, a volte smisurato, simpaticamente crudele e concretamente vissuto. E come una ripresa a volo d’uccello, le parole si lanciano dall’alto, una panoramica diffonde la descrizione della città che dorme e poi cade e si tuffa scheggiandosi dirompente contro la vetrata di un bar e poi nei corpi dilaniati dei cittadini di Belfast.
Scorri le pagine della nuova vita come se scorressi i fogli del comune dramma dell’esistenza, piano piano si ricrea la quotidianità delle prime pagine del libro, ma sai che non puoi più ridere delle battute, non puoi più sdegnarti per le parole scurrili, sai che tutto ciò che leggerai da ora in poi sarà sempre velato da un alone di tristezza.
L’amore lentamente si diffonde nei cuori dei personaggi, le conquiste si radicano e l’ultima risata che la storia ti strappa è nella pagina finale, quando guardi con i tuoi occhi quel gatto che non riesce a cacciare un uccello e finge di leccarsi le zampe per nascondere la vergogna, e Jake dalla finestra lo osserva dichiarando che quasi quasi cambierà gatto.
Il dilemma che attraversa la lettura dall’inizio alla fine è scoprire il significato di quelle tre lettere che fugacemente vengono scritte su ogni muro di Belfast, OAG, solo tre lettere in aggiunta alle centinaia di sigle cattoliche/protestanti, politiche/religiose che sporcano i muri della città.
La popolazione trascorre il suo tempo a cercare di comprendere e decifrare quelle tre lettere, ma alla fine sai che tutti possono personalizzare il significato a seconda del proprio piacimento, ogni uomo può cercare in quelle misteriose lettere la propria speranza di vita, la soggettivata sigla di un’attivismo volto a concludere i Troubles come meglio crede.
Un punto di riferimento, ecco cosa è OAG, il bersaglio di vernice bianca in cui possiamo mirare con la nostra freccia e che ci può condurre a spezzare gli archi dell’omertà.
Tutte le città hanno un’ immensa anima e Belfast ne ha una particolare, diversa dalle altre, perchè ha l’anima di un Irlandese e, l’anima degli irlandesi è bianca, soffice e cremosa come la schiuma della pinta di Guinness, sulla quale se spillata bene puoi disegnare una lettera, e sai che quella lettera, quel tuo pensiero, non sarà mai cancellato, rimarrà presente dentro al tuo bicchiere fino all’ultima goccia di birra….questo sa essere un irlandese.
A Belfast, come in ogni altra città, c’è solo un tempo, il presente, e ogni strada si chiama Poetry Street.