The Ballad of Ira Hayes
di Rominapubblicato il 29 Novembre 2006 alle 15:36
Ira era un indiano d’America, un nativo della tribù dei Pima, uno di quegli uomini non degno di considerazione da parte degli Sati Uniti d’America, ma degno di partecipare ad una guerra come falso eroe, di una patria che gli appartiene, ma alla quale non può appartenere lui. Ira ha una vita felice, sceglie di arruolarsi , non per sè stesso, ma per la libertà del suo popolo…
Grandi uomini hanno cantato la ballata di Ira, di cui autore fu Peter LaFarge, un “cowboy” indiano in cerca dei diritti del suo popolo, un uomo che ha combattutto le guerre e che il destino ha legato saldamente alla vita di Ira…come se la ballata fosse dedicata a sè stesso. Peter ha lottato per la patria e per gli indiani, ma alla fine la sua prematura morte ha avvolto il finale nel mistero, forse suicida, colpito al petto dalla sua stessa terra.
Johnny Cash inserì la ballata in “Bitter Tears: Ballads Of The American Indian”, album interamente dedicato alla storia dei nativi, di cui prese le difese. Cash ha sempre lottato per dare maggiore visibilità ai più deboli, ai dimenticati della società, e questo gli provocò anche minacce di morte da parte del Ku Klux Klan.
“Le mie radici nascono dalla gente che lavora…. cerco di cantare per le voci che vengono ignorate o soppresse dal mondo dello spettacolo, per non parlare del sistema politico e scolastico�?.
Anche Bob Dylan canterà la ballata in “Dylan” nel 1970.
Perchè la storia di quest’uomo che eresse la bandiera USA su Iwo Jima è entrata così intensamente nelle voci di chi ha sempre poeticamente cantatato l’orgoglio dei popoli? Perchè LaFarge, Cash, Dylan, si sono così impegnati a rievocare uno dei tanti dimenticati eroi della storia? Perchè Ira incarna lo scisma irreparabile, la relazione impenetrabile eretta da tempo immemore tra nativi e non. E Ira è tra gli uomini che sono disposti a tutto pur di far riconoscere i diritti del proprio popolo, è disposto a combattere una guerra per una nazione che lo ripudia, che non gli offre da bere quando ha sete. Il ritorno a casa da eroe, però, è breve, poche parole spese per Ira, troppe poche…e questo grande indiano è costretto a tornare in miseria, dimenticato dal mondo, è costretto a rifugiarsi nell’alcool, ad entrare e uscire dalle prigioni…a finire i suoi giorni con la testa nel fango della sua amata America.
Le guerre sono vinte, le nazioni si fanno strada, crescono, dominano, si modernizzano, partoriscono eroi silenziosi, simboli del futuro del mondo, esempi da imitare…e con questo si scagionano dai danni che arrecano, soffocando nella cenere i veri eroi che vengono cancellati nell’oblio perchè troppo “scomodi”, perchè neri, indiani…possiamo vincere milioni di battaglie, conquistare il mondo intero, ma la reale guerra contro l’ipocrisia non la vinceremo mai, almeno finchè gli Ira Hayes si vedranno costretti a dover cancellare la loro esistenza nelle ambrate ombre di una bottiglia di whiskey.
Dedicato ad Ira e a tutti gli eroi muti, fantasmi eclissati da scolorite bandiere al vento.
“Venite qui attorno a me, gente, e vi racconterò una storia
Su un giovane indiano coraggioso che vi ricordatate bene,
Della tribù dei Pima, una tribù fiera e pacifica
Che coltivava la valle di Phoenix, in terra d’Arizona.
Dai loro fossi, per mille anni, uscì acqua zampillante
Finché l’uomo bianco rubò loro i diritti idrici, e l’acqua corrente tacque.
Ora, il popolo di Ira era affamato e le loro fattorie erano in preda alle erbacce;
Ma quando arrivò la guerra, lui andò volontario e scordò l’avidità dell’uomo bianco.
Si, chiamatelo Ira Hayes l’ubriacone,
Non risponderà mai più,
E non l’Indiano bevitore di whiskey
o il Marine che andò alla guerra.
Si, chiamatelo Ira Hayes l’ubriacone,
Non risponderà mai più,
E non l’Indiano bevitore di whiskey
o il Marine che andò alla guerra.
Salirono sulla collina di Iwo Jima duecentocinquanta uomini,
Ma solo ventisette tornarono vivi dalla collina;
E quando la battaglia ebbe fine, e fu innalzata la Old Glory,
Uno degli uomini che la tenevano alzata era l’indiano, Ira Hayes.
Si, chiamatelo Ira Hayes l’ubriacone,
Non risponderà mai più,
E non l’Indiano bevitore di whiskey
o il Marine che andò alla guerra.
Si, chiamatelo Ira Hayes l’ubriacone,
Non risponderà mai più,
E non l’Indiano bevitore di whiskey
o il Marine che andò alla guerra.
Ora, Ira ritornò da eroe, celebrato in tutto il paese,
In suo onore si bevve vino e si fecero discorsi, tutti gli stringevano la mano.
Ma era solo un indiano Pima — nè soldi, né terra, né possibilità;
E a casa nessuno si preoccupava di ciò che Ira aveva fatto, e quando mai ballano gli indiani?
Si, chiamatelo Ira Hayes l’ubriacone,
Non risponderà mai più,
E non l’Indiano bevitore di whiskey
o il Marine che andò alla guerra.
Si, chiamatelo Ira Hayes l’ubriacone,
Non risponderà mai più,
E non l’Indiano bevitore di whiskey
o il Marine che andò alla guerra.
Allora Ira cominciò a bere forte, la galera spesso era la sua dimora,
Loro gli facevano alzare e abbassar la bandiera, come buttassero un osso ad un cane;
Morì ubriaco una mattina presto, da solo, nella terra per la cui salvezza aveva combattuto;
Cinque centimetri d’acqua in un fosso sperduto furon la tomba di Ira Hayes.
Si, chiamatelo Ira Hayes l’ubriacone,
Non risponderà mai più,
E non l’Indiano bevitore di whiskey
o il Marine che andò alla guerra.
Si, chiamatelo Ira Hayes l’ubriacone,
Non risponderà mai più,
E non l’Indiano bevitore di whiskey
o il Marine che andò alla guerra.
Si, chiamatelo Ira Hayes l’ubriacone,
Ma la sua terra è ancora secca
E il suo fantasma giace assetato
nel fosso dove è morto.
Si, chiamatelo Ira Hayes l’ubriacone,
Ma la sua terra è ancora secca
E il suo fantasma giace assetato
nel fosso dove è morto.”
(Alcuni film in suo onore: ‘Flags of our Fathers’ (2006) di Clint Eastwood e ‘The Outsider’ (1961) di Delbert Mann)

Noodles è nato e cresciuto nel quartiere ebraico di New York, il luogo da cui fugge e ritorna in vecchiaia per lasciarsi inebriare dai ricordi, come se fossero il fumo dell’oppio che si concede per allontanare i dolori e i tradimenti.
Bailey/Max, ha avuto la moglie di Noodles, ha concepito il figlio di Noodles, ha acquistato la villa di Noodles, ha ottenuto l’anima di Noodles…tutte le menzogne vengono a galla e peccati riemergono e esplodono come ordigni…inarrestabili, irrecuperabili. Max vuole morire per mano di Noodles, lui è il solo che può uccidere la sua stessa ombra che lo ha derubato, per potersi riprendere la vita che ha perduto, che non ha mai vissuto. Ma Noodles decide di andarsene, perchè per lui quel Max che ha di fronte non esiste, il suo amico è morto molti anni prima nell’ultima sparatoria di cui fu mandante….ora non può sparare ad un fantasma.
Dennis Hopper attraverso la sua giovane ma sperimentale regia, raccoglie in un film corale le intense emozioni dei ragazzi “maledetti” degli anni ‘60. Un lungo viaggio in moto per arricchirsi grazie ad una partita di droga, attraverso l’America, trasportati dalle note delle immense canzoni dei Byrds, Steppenwolf, Jimi Hendrix e via dicendo. Buffalo Bill e Capitan America percorrono le strade dei pionieri, partendo dalla città degli angeli per raggiungere la città del carnevale, New Orleans, l’abbandono della carne. Lungo il loro percorso, incontrano gente strana, vivono in una comune, fumano marijuana, si imbattono in uomini che li disprezzano e li picchiano, e incontrano un magnifico Jack Nicholson che li fa uscire di prigione e li coinvolge in un lungo e profondo dibattito sul concetto di libertà e sull’esistenza degli extraterrestri. Quei ragazzi diretti al carnevale rappresentano l’uomo libero, quell’alieno che esiste ma non vuole essere riconosciuto dall’umanità, che sa vivere senza pregiudizi e classi di potere, che sa autogestirsi e sa amare il prossimo, quel genere di essere che gli altri non riescono a comprendere e di cui hanno paura, perchè ha i capelli lunghi e veste in modo stravagante.
Si alternano sacro e profano, nelle immagini istantanee che confondono la mente e che inibiscono ogni tentativo di raziocinio.

